È idea piuttosto condivisa, e anche io lo penso, che il linguaggio definisce e costruisce la realtà. Ne abbiamo un chiaro esempio con il linguaggio sessista o razzista che costruisce e definisce una realtà in cui l’uomo è superiore alla donna, il bianco è superiore a tutti gli altri colori.
Non mi è chiaro perché non si applichi questo ragionamento al linguaggio dei social.
Un linguaggio in cui il reagire sostituisce l’agire, ad esempio.
Al termine di un post o di un messaggio viene chiesto di reagire (ricordo la mia personale definizione di social: social sono tutte quelle piattaforme in cui ricevi e dai rinforzi, positivi o negativi, su ciò che viene condiviso). Non esiste un social in cui al termine di un post compare una scritta “ora pensaci un po’ sopra” con il sistema che blocca in automatico la nostra possibilità di interagire (anche in whatsapp si chiede di mettere una reazione, anche per questo è un social senza ombra di dubbio). Non esiste e non può esistere, perché se esistesse allora quella piattaforma non sarebbe più un social: il reagire è il meccanismo fondante dei social da cui, a cascata, derivano tutti gli altri.
Il reagire, inevitabilmente, comporta l’eliminazione dell’attesa.
Questi due ingredienti creano una realtà in cui il ragionare non può esistere. Il ragionare ha bisogno di tempo, ha bisogno di fermarsi e “contare fino a10”, come tante volte da piccole ci è stato detto.
Il reagire nei social deve invece essere entro il primo secondo.
Allora mi chiedo: perché se dico “negro” incentivo una realtà razzista ma se “reagisco” non incentivo una realtà che distrugge il ragionamento?
Ma soprattutto: sarebbe così senza lo smartphone?
I social non nascono con Facebook ma anche ponendo l’avvento di Facebook come avvio dell’era social, siamo ancora in un tempo precedente all’invenzione e alla commercializzazione di massa dello smartphone.
Restando dentro ai computer e quindi dentro le mura della casa, i social prima dello smartphone non hanno avuto il potere di cambiare la realtà. Dallo smartphone in poi, sì.
Lo smartphone stesso d’altronde elimina l’attesa e il ragionamento: quanto tempo diamo ai nostri cervelli di ricordare il titolo di un film o chi ha vinto la coppa campioni di calcio nel tal anno? Se non lo sappiamo subito, tempo 5 secondi ma forse molto meno, prendiamo il telefono e cerchiamo o chiediamo. Stiamo quindi non ragionando ma reagendo ad un impulso.
Si potrebbe dire, senza timore di essere smentite (anche se in molte smentirebbero), che lo smartphone stesso distrugge il saper ragionare. Ne è un chiaro esempio il ragazzino che durante un compleanno guarda il registro elettronico della scuola o il genitore che mentre guarda un film con i figli, scrolla. Se ragionassero, il ragazzino direbbe a se stesso “sono a un compleanno la scuola può aspettare”, il genitore “sono con i miei figli la ricetta della torta o come sturare un lavandino possono aspettare”.
Prima dello smartphone e dell’invasione del linguaggio social nella realtà quotidiana, non arrivavano mai messaggi alle undici la sera (ad eccezione dei giovani fidanzati per cui il tempo, giustamente, non esiste). Oggi è la normalità.
Reagire significa agire guidate dall’impulso e non dalla ragione. Significa quindi agire in modo violento. Sempre.
Questa è la realtà che costruisce il linguaggio dei social grazie allo smartphone.