Nei giorni scorsi, è stato reso noto il verdetto con cui si è concluso il processo di Los Angeles per stabilire se l’algoritmo di Meta è stato coscientemente ideato al fine di creare dipendenza. Il verdetto ha dato ragione all’accusa, condannando Meta.
Tutto a posto, si potrebbe dire. Il segreto di Pulcinella è stato disvelato, la giustizia ha avuto il coraggio di pendere dalla parte delle persone più deboli, un po’ come accadde quando al banco degli imputati sedevano le compagnie del tabacco nei celebri processi che portarono a firmare il Tobacco Master Settlement Agreement (MSA): circa 200 miliardi di dollari di risarcimento in 25 anni.
Anche Meta è stata condannata ad un risarcimento (3 milioni di dollari alla ragazza che ha intentato la causa) mentre altre aziende incriminate avevano trovato un accordo, già prima del processo, probabilmente fiutando come sarebbe andata a finire.
Sì, decisamente tutto a posto. O forse no…
La stagione del campionato mondiale di Formula 1 nel 2006, come ogni anno passato, stava per prendere inizio ma, a differenza di ogni anno passato, la Ferrari mostrava una strana livrea: sull’auto non c’era traccia di sponsor principali, quelli il cui nome in genere capeggia sulla carrozzeria in modo da essere inquadrati il più frequentemente possibile dalle telecamere della tv.
Eppure, tutte le persone che guardano quell’auto, quando vedono tante linee verticali bianche, intervallate dallo sfondo rosso dell’auto, tutte sanno benissimo che quello è lo sponsor. Sanno benissimo che quello strano codice a barre significa una e una cosa soltanto: Marlboro!
Allora lo sponsor c’è ma perché non scriverlo come nell’auto dell’anno precedente? Sarà una trovata di marketing, potrebbe dire qualcuna. E invece no.
In quell’anno venne introdotto il divieto per le automobili di Formula 1 di pubblicizzare aziende del tabacco. Ferrari trovò un escamotage per aggirare il divieto ma non avrebbe mai e poi mai potuto scrivere la parola Marlboro.
Come già da un po’ di tempo il buon vecchio Zeman dovette arrendersi a non poter fumare le sue decine di sigarette a fianco della panchina, o attori e attrici a non poter realmente fumare durante le esibizioni a teatro.
Quello che la nostra memoria omette quando paragoniamo il processo contro Meta al processo contro le aziende del tabacco, e la nostra memoria lo fa per proteggerci dal doverci mettere in discussione, è che le restrizioni non furono date alle aziende ma vennero date a noi.
Le aziende del tabacco dovettero risarcire (e le spese per loro stanno ancora continuando) ma Philiph Morris, ad esempio, non venne obbligata a non produrre più sigarette e nemmeno a produrne senza nicotina. Le sigarette restavano esattamente quelle di prima, fu il mondo intorno a cambiare.
Al mondo intorno venne vietato di far parte dell’universo legato al fumo: dalle persone fisiche, alle aziende passando per gli organismi politici.
Noi abbiamo dovuto smettere di fumare nei locali, noi abbiamo dovuto smettere di pubblicizzare il fumo, noi abbiamo dovuto smettere di fumare vicino ad altre persone soprattutto se minorenni.
Parliamo spesso di conservare la memoria del passato per non ricommettere gli stessi errori, dimenticando di conservare la memoria per fare di nuovo le scelte giuste.
Il passato non ha solo sbagliato, anzi. In molte occasioni è stata tracciata una via che andrebbe ripercorsa.
Ed invece, sappiamo benissimo come andrà a finire: nessuna legge ci obbligherà a cambiare il nostro modo di approcciarci ai social e, ora che è definitivamente stato comprovato che nuocciono alla salute, preferiamo chiedere alle aziende dei social di cambiare.
Non ci verranno imposte restrizioni perché chi fa le leggi perderebbe il più potente spazio di propaganda: quando si tratta di togliere alle altre persone ci schieriamo tutte senza timore dalla parte giusta ma quando si tratta di togliere a noi stesse, iniziano i se e i ma. Iniziano i discorsi che “l’importante è usarli bene”, “l’importante è insegnare il senso critico”. E chi mai potrebbe dire che non sono pensieri giusti?
Sono pensieri giusti e che andrebbero portati comunque avanti perché, anche se politici, politiche, ordini professionali, agenzie educative, testate giornalistiche, imprese, negozi e così via, fossero obbligati ad uscire dai social per il divieto di sponsorizzarli, senz’altro molte persone continueranno a diventarne dipendenti. Allora continuerà ad essere necessario insegnare ad utilizzarli bene e insegnare il senso critico.
Sarebbe buffo se le aziende del tabacco sfruttassero quest’occasione per chiedere di tornare a poter pubblicizzare le sigarette e poterle far fumare da persone influenti. In fondo basterebbe insegnare ad utilizzarle bene: che aiutino a socializzare ma non diano troppa dipendenza, che aiutino a calmarsi ma non rovinino troppo i polmoni…